JapanLegend e le sue nugae

    • Generico

    Questo sito utilizza i cookie. Continuando a navigare sul sito accetti l´utilizzo dei cookie maggiori dettagli

    Enigmista del mese di ottobre: APERTO



    • Premessa: una tenera scena familiare che ha come protagonisti Raven e Hikai.


      Mostra spoiler
      Sono seduto alla mia scrivania, scrivendo un breve riassunto su un testo latino, una lingua antichissima.
      Rena resterà in viaggio almeno un'altra settimana presso la popolazione elfica, inviata come ''diplomatica'': alcuni elfi stanno cominciando a fomentare piccole rivolte sparse per i motivi più disparati contro gli umani, e Rena è senza dubbio la più indicata per parlare con loro. Io purtroppo non sono potuto andare con lei: chi avrebbe badato a Hikai? Non poteva certo venire con noi, deve andare a scuola. Inoltre le sue sorelle maggiori Tina e Mina sono in gita scolastica, quindi sarebbe stata proprio sola. E non potevo certo permetterlo.
      Io e Rena siamo sposati esattamente da 20 anni, e abbiamo avuto due bambine gemelle, ovvero Tina e Mina. Tempo dopo la loro nascita però, ci fu un nuovo arrivo a casa nostra: Hikai, che all'epoca aveva già 6 anni. Era stata fino ad allora serva di un ricco proprietario terriero di Peita, ma quest'ultima venne invasa dai demoni e gran parte della popolazione fu massacrata. Alcuni tuttavia riuscirono a mettersi in salvo, grazie all'intervento delle forze militari: fra questi individui fortunati c'era Hikai, unica sopravvissuta in casa del padrone. Poiché l'alternativa sarebbe stata, con tutta probabilità, quella di finire nel mercato nero degli schiavi (che a causa dei disordini in città era difficile da controllare), io e Rena prendemmo la decisione: avremmo adottato Hikai, e così fu. Si è ambientata piuttosto facilmente, nonostante il suo carattere estremamente timido. Del resto, Hikai è una Tilm.

      NOTA 1: i Tilm non costituiscono proprio una razza a parte. Studi scentifici sono giunti alla conclusione (evidentemente errata) che sia una sorta di ''sindrome'': i Tilm sono eccessivamente timidi, di corporatura minuta, pelle piuttosto chiara ma resistente alle ustioni, non superano 3,1 selpa di altezza (circa 1.55 metri), e sono caratterizzati da ossa molto fragili; tendono ad avere i capelli di colore rosso, rosa o bianco (nel nostro caso rosa); arrossiscono con estrema facilità. Come i Samurai, vivono più a lungo degli esseri umani; inoltre sono molto inclini alla magia. Ciò dimostra che non può trattarsi di una sindrome.

      La guerra, dopo diversi anni, è andata migliorando e Benentio (comandate supremo delle forze militari di Elios) mi ha concesso già da qualche mese una lunga pausa dal campo di guerra, ed è per questo che ora posso permettermi di restare qui, nella mia piccola città. E così eccomi qua.
      Si sente un bussare leggero alla porta della mia stanza, mi volto e vedo Hikai affacciarsi timidamente. Non posso fare a meno di sorriderle: da quando sono sposato, sono diventato sempre più dolce, e la cosa è divenuta ancora più evidente quando hanno fatto la loro comparsa Tina, Mina e Hikai. Le chiamo spesso "le mie principessine". Q-Questo quando erano piccole, beninteso, ora frequentano il liceo.
      -Entra pure, Hikai, non sto facendo nulla di importante.- Le dico voltandomi di nuovo verso la scrivania per concludere il lavoro. La sento avvicinarsi e sedersi sul letto. -Hai fame? Fra poco scendo a preparare la cena, c'è qualcosa in particolare che vorresti?- Le chiedo, continuando a scrivere i miei appunti. -E-Ecco... non si tratta di questo...- dice con la sua vocina sottile e delicata.
      -Problemi con i compiti?- chiedo.
      -Papi... senti...- è adorabile quando mi chiama "papi". Mi spunta automaticamente un piccolo sorriso sulle labbra.
      -Dimmi tutto, ti ascolto,- Dico dolcemente. Hikai resta in silenzio per un po'. Io completo i miei appunti, e chiudo il quaderno scrivendoci frettolosamente sopra il mio nome: "Raven".
      -Sono fidanzata.- dice tutto d'un fiato. La pressione delle mie dita spezza la matita che sto impugnando. Mi giro molto lentamente, e inizio a fissare mia figlia: è seduta sul letto, rossissima in volto, con un dito sta attorcigliando un ciuffetto dei suoi corti capelli rosa. Mia figlia. No, non può essere vero. -Non sono sicuro di aver capito bene.- dico con un sorriso quasi isterico stampato in faccia che sembra avere tutta l'intenzione di farmi venire un crampo alla guancia. Hikai non mi guarda, ora ha il fiatone e il suo movimento delle dita sta diventando frenetico. -Ho d-detto... c-che s-sono fidanzata...- Pronuncia queste parole con un filo di voce. Mi alzo di scatto dalla sedia e mi metto al fianco della mia principessina. Deglutisco e prendo un bel respiro: ritrovo la calma.
      -Da quanto tempo sei fidanzata?-
      -Quasi... quasi un anno...- dice. Un anno? Un anno?! Un anno?!? Faccio un altro bel respiro: in ogni caso non riuscirei mai ad arrabbiarmi con lei.
      -Dimmi un po'- le dico con tono calmo -chi è il tuo ragazzo?-
      -Si tratta di Kid- risponde -è un ragazzo fantastico- continua sorridendo e arrossendo -è gentile, simpatico, intelligente, dolce... mi vuole tanto bene...-
      Kid. Kid, sì, il samurai. Effettivamente è una brava persona, è amico di mia figlia da un po'. Ma non avevo la benché minima idea che fossero arrivati a fidanzarsi... e lo sono da un anno... Perché l'ho saputo solo adesso? Qualsiasi problema abbiano mai avuto, le mie figlie si sono sempre confidate tanto con Rena quanto con me. Ma perché sto scoprendo questo dopo così tanto tempo? Deciso a parlarle nel modo più severo possibile, la fisso dritta negli occhi. Tutte le parole che avevo intenzione di dirle mi muoiono in bocca: Hikai ha cominciato a piangere. So bene che non riuscirò a mantenere ancora a lungo uno sguardo severo.
      -M-Mi spiace... d-di non avervelo detto...- dice in un fiume di lacrime. -È che... avevo paura che vi sareste arrabbiati...- A quel punto le metto il braccio Nasod attorno alle spalle. Fin da piccola, Hikai è sempre stata attratta dal mio braccio meccanico: diceva sempre che quando la stringevo a me col braccio Nasod le davo un senso di tranquillità e di conforto. Ciò mi stupì non poco: quello che era stato per quasi tutta la mia vita una vera e propria arma da distruzione, era diventato una fonte di conforto; non per una persona qualsiasi, per mia figlia. Come allora, anche adesso si tranquillizza, e i singhiozzi smettono di farsi sentire. -Non avremmo avuto motivo di arrabbiarci, Hikai- le dico con tono pacato -né io né tua madre. Perché mai avremmo dovuto?- La fisso di nuovo, stavolta sorridendo.
      -E-Ecco...- inizia, con una vocina molto sottile -Lui è più grande di me... non lo conoscete bene tu e mamma...-
      -Oh andiamo!- esclamo interrompendola -Pensi che ci arrabbieremmo per così poco? Lo hai invitato più di una volta qui, ormai lo conosciamo bene. E poi... deve innanzitutto piacere a te, dico bene?- A questo punto Hikai volge finalmente il suo sguardo verso di me: noto con piacere che ha smesso di piangere, però sembra ancora agitata. -Quindi... non sei arrabbiato?- domanda speranzosa. -Ovviamente no- rispondo -ma se dovesse succedere qualcosa fra te e lui, qualsiasi cosa possa tormentarti, sappi che a me devi sempre dire tutto, intesi?- In effetti, c'è qualcosa che non mi convince nel suo sguardo. -Qualsiasi?- mi chiede, e qualcosa sembra scattare nei suoi occhi. Lo dicevo io che c'era dell'altro.
      -Qualsiasi cosa- rispondo.
      -P-Proprio tutto?- insiste.
      -Esatto, devi sempre dirmi tutto. Sono tuo padre, ed è mio dovere aiutarti ad affrontare i tuoi problemi.- affermo nel modo più solenne possibile; è evidente che vorrebbe dirmi altro, però sembra ancora insicura. Deglutisce quasi a fatica, spostando di nuovo lo sguardo.
      -L'altro... l'altro giorno, Kid...- e si ferma. Questo inizia a preoccuparmi.
      -Che è successo l'altro giorno?- dico nel modo più calmo esortandola a continuare.
      -...ecco, Kid... Kid mi ha...- e un'altra pausa. Ora sono molto preoccupato. Stringo con forza il pugno del braccio umano.
      -Ti ha trattata male?- la tensione nella mia voce è percepibile.
      -N-No! Non lo farebbe mai...- e fa un'ennesima pausa. Posso quasi sentire i miei nervi tendersi.
      -Allora cos'è successo?- insisto, avvicinando la mia faccia alla sua, nonostante lei eviti nuovamente il mio sguardo.
      -Mi ha chiesto di andare a letto con lui- dice tutto d'un fiato. È uno scherzo. Deve essere uno scherzo. Fino a qualche minuto fa, Hikai era la mia principessina: nessuno poteva toccarla. Nel giro di questi minuti, non solo ho scoperto che è fidanzata, ma anche che il suo ragazzo le ha chiesto di andare a letto con lui. I miei nervi potrebbero esplodere da un momento all'altro. Potrebbe anche essere una cosa naturale, una cosa che qualunque genitore prima o poi deve accettare, ma non all'improvviso, non in una sola volta, non nel giro di pochi minuti. Sposto il mio sguardo verso la finestra che mi sta di fronte, e vedo sia me sia Hikai: un po' alla volta sto invecchiando. Non sono più il Raven giovane che combatteva al fianco di Elsword, Chung, Eve e Rena, affrontando mille pericoli fra Nasod, Benders, Guerrierosauri, Vargo... i tempi della Banda dei Corvi non sono altro che un brutto ricordo. Non sono più il Raven adulto appena sposato, padre di tre piccole bambine alle prese con la scuola elementare. Sono un Raven che sta invecchiando, padre di tre figlie che stanno crescendo. Prima d'ora non ho mai fatto riflessioni simili, adesso mi stanno scorrendo tutte davanti agli occhi, come una lunga serie di immagini. D'un tratto, ho nostalgia di quando accompagnavo Hikai a scuola, al parcogiochi, per strada a passeggiare, di quando la portavo con me sulle spalle, le insegnavo a nuotare... però sono anche felice. Cresce in salute, è una ragazza responsabile, studia, i suoi amici sono brave persone... ed è anche innamorata. Fissandola nel riflesso della finestra, ora mi sembra di rivederla piccola, quasi minuscola, sotto il mio braccio Nasod, dove si nascondeva sempre durante i temporali, atterrita dai lampi e dai tuoni; ora è ancora insicura, dolce e affettuosa come quando io e Rena la portammo qui con noi, ma è comunque cresciuta. È una Tilm è vero, ma è comunque più alta, ha un corpo più maturo, di quella bambina è rimasto solo lo sguardo: sta lentamente diventando donna. E quello che mi sta dicendo ne è la prova: è alle prime armi, confusa, disorientata, ma nonostante tutto vuole cambiare, andare avanti, non vuole evitarlo.
      La stringo più forte a me, e restiamo così per qualche minuto.
      -La cosa ti spaventa?- le chiedo con tono calmo d'un tratto.
      -E-Eh? Ah... b-beh... sì... un po'...- risponde, sorpresa dalla mia domanda.
      -Tu vuoi davvero bene a Kid?- chiedo ancora.
      -Certamente!- risponde senza esitare. Sorrido.
      -Allora di cosa hai paura?- continuo. Lei resta in silenzio per un po'.
      -Non saprei... è una cosa di cui non so nulla...- dice, ma sento più sicurezza nel suo tono di voce.
      -Vedi, Hikai... queste cose devi scoprirle tu. Se hai un dubbio o un'incertezza puoi sempre chiedermi tutto, sia ben chiaro, ma il "grosso" dell'argomento devi scoprirlo tu assieme a Kid: è il tuo fidanzato, e di questo genere di problema dovete parlarne tu e lui. Capisci?-
      Hikai mi ascolta in silenzio, fissandomi direttamente negli occhi: ora c'è sicurezza anche nel suo sguardo. Sta davvero diventando matura. Mi abbraccia di scatto -Grazie, papi- dice. Rispondo all'abbraccio e restiamo così per lunghi istanti, dopodichè si allontana, dirigendosi verso la porta. -Papi...- dice prima di chiudere la porta -...ti voglio tanto bene.- Mi sorride. La porta si chiude, e dopo qualche istante sento una lacrima scendermi lungo la guancia.
    • 9 - L'eutanasia del fine settimana

      Premessa: piccolo brano a se stante.

      Mostra spoiler
      Faccio un altro sorso, dopodiché inizio a guardare giù. Un gruppo di persone sta urlando qualcosa contro il governo, dall’altra parte una schiera di poliziotti, con gli scudi alzati, si ripara da tutti gli oggetti scagliati da quella marmaglia di “ribelli”.
      Vi siete mai chiesti perché i poliziotti, nonostante armati di manganello, pistole e ben protetti, non attacchino quella bolgia di idiòti? È sempre così: da una parte i manifestanti, aggressivi, che urlano e insultano, lanciano pietre, fumogeni, spaccano e distruggono tutto quello che trovano sul loro cammino con mazze, bastoni e qualsiasi cosa si ritrovino sotto mano. Dall’altra parte ci sono le forze dell’ordine che, con quei grandi scudi, non fanno altro che incassar colpi, tentando di avanzare. Perché non fanno nulla? Potrebbero menare tutti quei delinquenti, mandarli in ospedale e arrestarli, eppure non lo fanno. Sapete perché non lo fanno? Perché quelli, agli occhi della gente, sono solo “poveri manifestanti”, piccoli omuncoli indifesi che reagiscono contro uno stato “ingiusto e capitalista”. Se muore un poliziotto se l’è meritato, se muore uno di quei delinquenti si tratta, casualmente, sempre di un povero ragazzo indifeso che voleva far valere i propri diritti.
      Eccone uno, proprio in prima fila, con un cartello in mano: c’è la faccia del nuovo presidente, e sopra un divieto. Io quel tipo che regge il cartello lo conosco: di politica non ne capisce e non se ne interessa, ma l’altro giorno ha letto che il presidente vuole bloccare le immigrazioni nel nostro paese. Risultato? Ha iniziato a urlare che il nostro presidente altro non è che un razzista. In realtà non è vero che vuole bloccare le immigrazioni, vuole solo tentare di contenerle, dal momento che il nostro paese non ha i presupposti per ospitare tutta questa gente. Ma quel tipo lì, col cartello in mano, non lo sa: non ha tentato di informarsi, di sapere nel dettaglio, da bravo ignorante ha letto una mezza frase ed ora eccolo lì. Anche quella ragazzina sul balcone, conosco anche lei. L’altro giorno, su un social, ha scritto: -Mi sento ritardata solo a pronunciare il nome del nostro presidente.- Questo perché ha “sentito da una sorella di un’amica” che verranno emanate leggi contro gli omosessuali. Ed ora eccola lì, la nostra intrepida ed ignorante quattordicenne, che sventola la bandiera arcobaleno. Il nostro presidente è uno che vuol far quadrare i conti. Vi faccio un esempio: oggigiorno se un pazzo omicida accoltella qualcuno, magari dopo dieci anni è già fuori. Se un omosessuale provoca qualcuno, e quel qualcuno reagisce magari dandogli un pugno, quel qualcuno passa i guai, perché ha alzato le mani contro un omosessuale. Insomma, c’è un’aggravante: un omosessuale è più protetto di me. Dov’è l’uguaglianza che questa mandria di idiòti tanto propugna?
      Faccio un altro sorso di birra, poi abbasso nuovamente lo sguardo: un’altra vetrina infranta, un altro palo abbattuto, un’altra automobile incendiata. Poi però, se qualcuno brucia la loro di automobile, subito a correre in centrale a sporgere denuncia, vero? Tutti addosso alle forze dell’ordine, però poi quando serve aiuto non si fanno scrupoli. Si viene a creare una situazione strampalata, assurda, ridicola: tanti piccoli omuncoli manifestanti che credono di far giustizia mettendo tutto a soqquadro e menando quelle schiere di poliziotti. Quanto si deve essere ciechi per fare una cosa del genere? Cosa hanno fatto quegli uomini per meritarsi questo? Anche loro sono uomini: anche loro lavorano, anche loro hanno una famiglia, anche loro sono esseri umani.
      Mi metto in piedi: inizio a camminare lungo il bordo del terrazzo. Improvvisamente succede: un fumogeno piomba in mezzo allo squadrone di poliziotti, e nel giro di poco le schiere si sfaldano. I manifestanti non perdono l’occasione e si scagliano in avanti: spingono, prendono a sprangate, a sassate, a calci e a pugni poveri poliziotti inermi per terra. Uno sparo: un manifestante cade in ginocchio, tenendosi la gamba ferita. La mandria indietreggia, scandalizzata e impaurita. Il fumo si sta diradando: per terra decine e decine di poliziotti feriti, impossibilitati a muoversi, doloranti, forse qualcuno è morto. Nessuno ricorderà il sacrificio di questi eroi: ma tutti ricorderanno il nome di chi ha sparato.

      Il messaggio è stato editato 2 volte, ultima volta da JapanLegend ()..

    • Premessa: qui sono inseriti diversi pg di Elsword, quindi se non doveste capir nulla sarebbe del tutto normale.

      Mostra spoiler
      Manca poco al luogo dell’appuntamento; riesco a percepire la presenza del bersaglio, ed ecco che dopo una manciata di metri finalmente lo intravedo: una figura alta e slanciata, con indosso una corazza pesante e un elmo, entrambi in acciaio dorato. Per ora riesco a vederla solo di spalle: non mi ha ancora vista. Alzo la sciarpa e abbasso il cappuccio sugli occhi: meglio non farsi riconoscere. Dopo pochi istanti, si volta verso di me: l’elmo le copre interamente il volto, si intravedono a malapena i suoi occhi azzurri attraverso delle sottilissime fessure; la corazza non segue le forme femminili, come mi sarei aspettata.
      Ci scrutiamo per alcuni istanti, senza proferir parola; dopo una manciata di secondi: -Comandante Stain?- La apostrofo deglutendo, ma adesso meno nervosa di prima.
      -In persona.- Risponde. –Sei tu il messaggero?-
      Comincio a far fluire l’energia elementale in braccia e gambe, preparandomi a combattere. Stain, impassibile, continua a fissarmi. –Sono qui per ucciderti!- Urlo tutto d’un fiato.
      All’improvviso accade qualcosa di inaspettato: un uomo si materializza a un passo da me, in una sottilissima cortina dorata.
      –Così è troppo facile, però!- Esclama l’uomo, aggiustandosi il largo cappello. –Stain!- Continua. –Corri all’accampamento. A questo nanerottolo ci penso io.-
      Stain si volta e inizia a correre a gran velocità: non posso permetterlo. Mi teletrasporto vicino a lei, pronta a sferrarle un pugno in pieno stomaco, ma qualcosa mi trattiene: quell’uomo è riuscito a raggiungermi e ad afferrarmi il polso.
      –Piacere, mio caro assassino.- Dice, portandosi una pipa alla bocca col braccio libero. –Il mio nome è Aizwrath: sarò io il tuo avversario.- Cerco di non lasciarmi spaventare: canalizzo l’energia di fuoco nell’altra mano e tento di colpirlo in volto; senza difficoltà, mi blocca anche l’altra mano. Non ci penso su un secondo di più: canalizzo energia di luce e di oscurità nei piedi e, saltando a gambe unite, miro al suo sterno. Tentativo vano: il mio avversario scompare in una fine polvere d’oro. Per diversi secondi resto spiazzata, non riuscendo nemmeno più a percepire la sua presenza; dopo alcuni istanti, mi compaiono davanti tre cloni di Aizwrath: deglutisco, impallidita.
      -Vediamo un po’ che sai fare, caro il mio assassino.- Sentenzia con estrema calma, indicandomi con la pipa, uno dei cloni.
      La vedo brutta.

      -Si passa al piano B, a quanto pare.-
      -Che succede?- Chiedo allarmata.
      -Il bersaglio era scortato.-
      -Come sarebbe a dire? Non c’era nessuno al seguito!-
      -Deve essere uno stregone o qualcosa del genere: pare sia in grado di sdoppiarsi e teletrasportarsi.-
      -Ci mancava pure il fenomeno da baraccone!- Sbuffo innervosita.
      -Ehi, calma.- Mi dice lui, carezzandomi la guancia con dolcezza. –Era previsto che qualcosa potesse andare storto, no?-
      -Sì… giusto.- Deglutisco, tentando di calmarmi.
      -Vedo di dare supporto ad Aisha, appena vedrà che siamo in due se la darà a gambe. Tu termina la missione.-
      -Con immenso piacere.- Rispondo, non completamente decisa.
      -Rose…- Mi afferra improvvisamente il polso. –Andrà tutto bene, tranquilla.- Mi bacia sulle labbra.
      -Ciel… ti amo.-
      Mi afferra la mano, baciandola. –Ti amo anch’io, piccola.- Scatta in piedi e subito salta di ramo in ramo a gran velocità: continuo a fissarlo, finché la sua lunga chioma bianca non svanisce fra le fronde degli alberi.
      -Mecha Volt, tocca a noi.-

      Dopo aver corso per un tragitto più o meno lungo, inizio a rallentare il passo: se dovessi avvicinarmi troppo all’accampamento non si farebbero certo vivi.
      -Ferma dove sei.- Mi intima una voce metallica. Mi volto di scatto: un uomo in una grossa armatura mi sta puntando un immenso fucile contro.
      -Mi stavo giusto chiedendo quando ti saresti fatto vivo.- Gli rispondo, scrutandolo dalla testa ai piedi. –Con chi ho l’onore di battermi?-
      -Il mio nome è Mecha Volt MX, versione 6.89.-
      -Un robot?- Chiedo stupita.
      -Se permetti.- Dice mettendo giù l’arma e tirando il petto in fuori. –Un robot Nasod da combattimento di ultima generazione.-
      -Credevo non ci fossero più Nasod in giro…- Ammetto stupefatta.
      -Non ho molto tempo.- Taglia corto, puntandomi nuovamente la sua arma contro. –Muori.-
      -Vediamo di cosa sei capace, ammasso di ferro!-
      Con un unico, velocissimo movimento, sfodero la spada sul fianco destro e mozzo la canna della sua arma.
      -Che spiacevole inconveniente.- Sentenzia il robot guardando la sua arma.
      -Se vieni con me senza fare storie, potrei anche risparmiarti la vi…- Ad una velocità impressionante, mi colpisce in pieno volto con un pugno talmente forte da scagliarmi diversi metri lontana da lui.
      -Cecchino, assaltatore, lottatore, spadaccino, mazziere… non c’è tecnica di combattimento in cui pecchi.-
      -Non ti facevo così in gamba, sai?- Ammetto, stavolta stizzita, sfoderando anche l’altra spada.
      -Piuttosto io non credevo che una comandante potesse essere tanto sprovveduta.- Due lame gli compaiono sui fianchi delle braccia. –Fossi stato un pelo più veloce, avrei potuto tagliarti la gola.-
      -Perché non ci provi?- Gli urlo a gran voce.
      -Arrivo.- Risponde scattando verso di me.

      -Perdoni la mia insistenza, buon uomo.- Apostrofo la mia guida. –Ma manca ancora molto all’accampamento?-
      -Non molto, signore, ancora poche ore. Capisco che compiere un viaggio del genere a piedi sia molto fastidioso, ma il rischio di utilizzare un mezzo è troppo grande. Muovendoci in due fra i boschi, invece…-
      -Comprendo benissimo, e non si preoccupi: sono un gran camminatore, io! Solo non vedo l’ora di incontrare una certa persona all’accampamento.-
      -Un vecchio compagno d’armi?- Domanda sorridendo.
      -Un vecchio amico.- Rispondo, sorridendo a mia volta.
      D’un tratto, come piovuta dal cielo, una spada gli si conficca nel cranio: la mia guida cade a terra, senza emettere il minimo rumore. Resto pietrificato da quel raccapricciante spettacolo, ma non mi faccio cogliere impreparato: schivo senza problemi la spada successiva, e così anche la terza e la quarta.
      -Fatti avanti e affrontami!- Urlo irato. –Te la farò pagare!-
      -Quassù.-
      Alzo lo sguardo: appeso ad un ramo, con una spada rosso/arancio nella mano destra, riconosco, nonostante quasi non sembri più lui, una persona che mai avrei immaginato di rincontrare, dopo tanti anni, in un momento simile.
      -Elsword…?- Chiedo, esterrefatto.
      -Ehilà, mi hai riconosciuto! Credevo che con questo mio nuovo taglio di capelli avresti impiegato qualche minuto in più.- Lascia la presa sul ramo e, senza alcun problema, atterra sul terreno.
      -Cosa… cosa significa?- Gli chiedo, con la mente ancora confusa.
      -Purtroppo sono qui per ucciderti.- Dice con estrema leggerezza. –Se ti schierassi con le truppe del sud sarebbe un bel problema per noi.-
      -Questo… tutto questo è uno scherzo, vero?- Ho ancora difficoltà a realizzare quanto stia succedendo.
      -No, non lo è.- Risponde. –Ora semplificami le cose e lasciati ammazzare.-
      -In nome di tutto ciò che è sacro su questa terra, spiegami cosa sta succedendo!- Urlo disperato.
      -C’è davvero bisogno di spiegarlo?- Chiede, alzando un sopracciglio. –Sono membro di un movimento di resistenza, resistenza a questa ridicola guerra, nel caso te lo stessi chiedendo. Dal momento che il nostro primo obiettivo è debilitare le truppe del sud, abbiamo preso di mira il comandante Stain. Sfortuna volle che tu proprio oggi dovessi avere in mente di unirti a lei… ed io ero indubbiamente il più indicato a fermarti.- Pausa. –Con fermarti intendevo farti fuori, se non si fosse compreso.-
      In questo momento, qualcosa dentro di me è morto.
      -Elsword, noi… eravamo amici…- Credo di stare per piangere.
      -Suvvia, non piangere, sei ridicolo: accetta la morte con dignità.-
      -Non piango perché abbia paura della morte.- Sibilo. –Piango perché sto perché sto per uccidere un amico.- Lascio che l’armatura berserk mi ricopra completamente il corpo.
      -Oh, pare che allora la faccenda si faccia interessante!- Sogghigna lui.
      -Non avrò pietà per un malvagio.- Sibilo. Lascio andare il Destroyer: non mi servirà.
      -Spada fantasma!- Una sinistra aura gialla ricopre la sua spada.
      -Mi spiace, Elsword.- Dico a bassa voce.
      -Fatti avanti, Chung!- Urla, scattando verso di me.
      -Dolore di Caladbolg.- Sussurro. Una devastante esplosione avvolge il terreno circostante.
    • Nell'acquario di Cattolica

      Premessa: il titolo non ha a che vedere col contenuto del testo. Cronologicamente, ci troviamo prima di Changes e molto prima di Phantom pt. II.


      Mostra spoiler
      -Dì un po’, Kid.-
      -Cosa?-
      -Ho sentito che sei fidanzato… è vero?-
      -Te l’ha detto Helen, vero?-
      -E chi sennò?- Domanda sogghignando. –Ma chi è la tipa?-
      -Una ragazzina di nome Hikai.-
      -Te la fai con le più piccole? Non credevo avessi questi gusti…- Mi fissa alzando un sopracciglio.
      -Non lo credevo nemmeno io, prima di conoscerla.-
      -Dai, c’era quella bionda da paura che ti stava appresso, e te la fai con una mocciosetta?-
      -Aspetta, quale bionda?- A ben pensarci, conosco troppe persone bionde.
      -Ma come, parlo di Penny! Quella che lavora all’accademia di magia!-
      -A Penny non piacevo neanche un po’, dai.-
      -Ma se ti stava sempre incollata addosso! Sei sçemo o cosa?-
      -Io sono innamorato di Hikai, non di Penny, va bene?-
      -Ma è piccola, dai!-
      -Non ti ho detto la sua età, non te l’ho descritta e non l’hai mai vista, che ne vuoi sapere tu?-
      -Hai detto ragazzina, basta quello. Va ancora scuola, no?-
      -Cosa c’entra questo?- Rispondo stizzito.
      -La scuola è piena di ragazzi della sua età, quanto potrà mai durare la vostra relazione?-
      Realizzo dopo qualche istante il senso delle sue parole.
      -Come potrebbe preferire qualcun altro a me?-
      -I ragazzi a quest’età passano da un partner ad un altro nel giro di due giorni, che siano maschi o femmine!-
      -Non farebbe mai una cosa del genere.-
      -Vede ogni giorno migliaia di ragazzi passarle davanti e ha occhi solo per te?-
      Tutto ciò mi turba.
      -Va bene.- Dico in un sussurro alzandomi.
      -“Va bene” cosa?- Mi chiede lui fissandomi di nuovo.
      -Le farò capire quanto la amo.-
      -Hai trascorso anni a fare il playboy con ogni singola ragazza ti ritrovassi davanti e ora sei innamorato di una mocciosa?-
      -Non ho fatto il playbo…- No, in effetti pensandoci bene l’ho fatto. –Beh, sì.-
      Kriss alza gli occhi al cielo. –Fa’ come vuoi, che posso dirti.- Conclude sospirando.

      Andare a casa di Kid mi innervosisce un po’: insomma… lui vive solo… e noi due siamo fidanzati…
      Cerco di non pensarci e busso alla porta: mi apre quasi subito, spalancando la porta.
      -Hikai!- Esclama sorridendo: ha un sorriso così affascinante…
      -Uhm, ecco, dovevi… dovevi darmi un libro, giusto?- Mi piacerebbe stare un po’ con lui, ma papi mi starà già aspettando.
      -No, era un pretesto per farti venire qui.-
      -Un… pretesto?-
      -Entra un secondo.-
      -Ma veramente…-
      -Non ci metteremo molto.-
      -Sì, però…-
      A quel punto mi afferra i fianchi e di scatto inizia a baciarmi. Mi stringe forte a sé, mentre sento la sua lingua toccare la mia… Vinco la timidezza e gli metto le braccia attorno al collo, continuando a lasciarmi baciare.
      -Hikai…- Sussurra dopo lunghi minuti. –Devo dirti una cosa.- Inizia a baciarmi sul collo.
      -C… Cosa?- Chiedo, quasi tremando.
      -Voglio portarti a letto con me.-
      Sento mancarmi il respiro. -Intendi… intendi…?-
      -Hai inteso benissimo.- Risponde in un soffio, iniziando a sbottonarmi la camicia, senza smettere di baciarmi sul collo.
      -Ma io… ma io…- Dice sul serio? Cosa devo fare? Cosa devo rispondergli? Sento le sue labbra avvicinarsi al mio seno…
      -Devo andare!- Esclamo divincolandomi da lui e correndo fuori.
      -Ehi.- Mi afferra per il polso. Restiamo così per diversi secondi, ma alla fine riesco a girarmi verso di lui, seppur non riuscendo a guardarlo negli occhi.
      -Dimmi… dimmi tutto.- Farfuglio, respirando affannosamente.
      -Ti amo.-
      Decido di farmi forza: finalmente lo guardo negli occhi: -Ti amo.- Gli rispondo, ancora tremante.
      Mi bacia delicatamente la mano.
    • Fantasmi del passato

      Premessa: la voce narrante è la stessa de L'eutanasia del fine settimana.



      Mostra spoiler


      Quando torno a casa sono solo.

      Girando per la città, tanti dubbi ti vengono in mente: chi è quel tipo nuovo nel quartiere? Di cosa staranno discutendo quei poliziotti? Che starà ascoltando quel ragazzo? E quella ragazza che starà disegnando? Così tante domande e così poche risposte: perché succede questo? Perché ogni giorno siamo pieni di domande ma poveri di risposte? Forse dovremmo smettere di farci domande su ciò che ci circonda e porci qualche domanda su noi stessi.

      Una ragazzina in un cortile di una scuola media: è da sola, in un angolino accanto il cancello, con il suo cellulare in mano. Mi avvicino a lei, sbirciando: sta guardando un video su YouTube. Un ragazzo che parla di quanto sia bella la vita, di essere sempre felici… roba così. Lei lo guarda e sorride: si sente al sicuro, si sente bene, sente che ora tutto sia meglio di prima. Era così anche prima, in realtà, no? Aveva davvero bisogno di guardare quel video per comprenderlo? Quando io ero piccolo, tutti questi piccoli insegnamenti li apprendevo dai cartoni animati: oggi abbiamo lo youtuber per ragazzine, il propugnatore di messaggi semplici e motivanti, e le ragazzine cascano ai piedi di queste persone. “Youtuber A è il mio sorriso!”, “Youtuber B mi ha tirata fuori da un momento difficile della mia vita!”, “Senza youtuber C la mia vita non avrebbe senso!”.Una sorta di inno alla vita, sollevato da semplici ragazzi pieni di voglia di fare, che consola e migliora la giornata di milioni di queste ragazzine. Ma perché queste ragazzine non si pongono qualche domanda? La loro vita sarebbe davvero così triste senza YouTube? Sarebbero davvero perse e disperate? Non basterebbe chiedere aiuto e conforto ai propri genitori, andando oltre la banale scusa del “nessuno mi può capire”? Preferite davvero un messaggio banale e generale di un anonimo della rete che un caldo abbraccio da vostro padre e dolci parole di conforto da vostra madre? Il gap generazionale è inevitabile: se dite che l’amica del cuore vi ha cancellata dagli amici su Facebook o che il vostro personaggio preferito di una fanfiction sia morto di certo non comprenderanno il vostro dolore: ma basterebbe dir loro “mamma, papà, sono triste” e loro darebbero la vita pur di vedervi sorridere di nuovo. La mamma vi cucinerebbe il vostro piatto preferito mentre vostro padre vi prenderebbe in braccio e vi sistemerebbe sul letto, dicendovi quanto voi siate speciali. Vi renderete conto troppo tardi quanto sarebbe stato importante e, soprattutto, piacevole il confidarsi con i vostri genitori. Neanche i vostri amici sono sufficienti: per voi è più intimo un amico conosciuto 5 minuti fa su Whatsapp o su Facebook che l’amica con cui uscite ogni sabato, preferite raccontare i vostri problemi a chi non conoscete che ai vostri veri amici. Magari quell’amico che vi fa uno scherzo di tanto in tanto, che vi lancia palline di carta, che vi chiama in continuazione, forse sta cercando di dirvi qualcosa di più. Ma voi preferite ignorarlo e starvene lì, nell’angolino del cortile, aspettando che qualcuno vi dia attenzioni, aspettando che qualcuno vi comprenda e vi aiuti dal nulla, ignorando la vostra famiglia e i vostri amici, illuse che i vostri youtubers vi comprendano e siano lì per voi. Anch’io avrei tante cose di cui discutere con genitori e con amici, tanti scheletri nell’armadio, tanti segreti, tanti problemi, crimini e reati di sorta.

      Ma quando torno a casa sono solo.
    • Premessa: spero non annoi. La voce narrante è la stessa di 9 - L'eutanasia del fine settimana e di Fantasmi del passato.



      Mostra spoiler
      Mi manchi.
      Ho riflettuto più e più volte sulla nostra, ormai finita, relazione, e non arrivo ad altre conclusioni se non a questa: mi manchi. Sento la mancanza dei nostri momenti più intimi, del tuo dolce sorriso, delle tue passioni e delle tue abitudini, dei tuoi interessi, delle piacevoli seppur frivole conversazioni che avevamo su videogiochi, film, cartoni, o qualsiasi altra cosa.
      Sembrava tutto così semplice: “Credo sia meglio finirla qui”. Mi sbagliavo: non era semplice, non lo era affatto. Ogni giorno, camminando per strada, vedo decine di coppiette stringersi la mano, darsi piccoli bacetti, litigare o quant’altro, e ogni volta penso a noi due: ormai mi viene spontaneo.
      Quel ragazzo vive nel mio stesso quartiere: lo vedo sempre assieme ad una nuova ragazza. È giusto anche così, no? Si gode il pieno della sua giovinezza: se è quel che vuole, se è in grado di farlo, cosa c’è di male nel cambiare fidanzata ogni settimana? Io non riesco nemmeno ad immaginare una situazione del genere: nella mia mente ci sei solo tu, tutti i giorni, tutto il giorno.
      Ripercorro i tragitti percorsi assieme, i luoghi in cui siamo stati, quelli in cui saremmo potuti stare. Arrivo inevitabilmente in spiaggia: lì trascorrevamo intere serate a fissare le stelle, a sussurrarci dolci parole, mano nella mano, a parlare di noi, di quanto ci amassimo, di come sarebbe stata la nostra vita assieme. A me non piaceva parlare del futuro, mi metteva ansia, forse anche un po’ di paura. Tu invece eri sempre entusiasta: parlavi di matrimonio, di avere dei figli… Ricordo con estrema nitidezza quelle tue parole: “Secondo me sarai un ottimo padre.” Ancora adesso, ripensandoci, mi si scalda il cuore.
      Stare in spiaggia da solo, in quel punto dove ci stendevamo assieme, mi riporta alla memoria tanti, tantissimi ricordi: più dolce è il ricordo, più dolorosa è la fitta al cuore. Sul muro ci sono ancora le nostre iniziali, incise quella calda sera d’agosto, il giorno del suo compleanno. Ripercorro con le dita i solchi delle lettere: sembra quasi sia successo ieri.
      Mi allontano dalla spiaggia e mi dirigo verso casa. Da solo.
      Mi manchi.
    • @JapanLegend, dopo un'analisi, si è deciso di censurare il tuo ultimo racconto. Come sicuramente avrai capito, conteneva temi e immagini abbastanza violenti e cruenti, inadatti a questo Forum, che potevano andare a ledere la sensibilità di qualche lettore. Credo che sia meglio evitare certe tematiche o, semmai, trattarle con più riguardo, cosicché possano essere spunto di qualche riflessione, evitando che qualcuno possa sentirsi offeso.


      Blair :alt+q:

      Smobobo modera così!
    • I'll take you

      Premessa: concepita molto tempo fa ma messa per iscritto solo recentemente. I protagonisti sono due pg di Elsword, ma non hanno nulla a che vedere con i loro background originali, né con le vicende del gioco da cui provengono.


      Mostra spoiler
      È mattina. Sento ancora gli occhi pesanti mentre mi tiro su col busto e faccio il segno della croce. Sposto lo sguardo in alto e contemplo a lungo il crocifisso. Dopo pochi minuti scatto in piedi; mi affaccio alla finestra: giornata cupa a quanto pare, c’è un signor temporale. In ogni caso, devo compiere la ronda quotidiana per le strade: non posso non presentarmi al lavoro con la scusa del maltempo.
      Sulla soglia della porta, indosso il mantello impermeabile al di sopra dell’armatura ed esco dal mio appartamento. Per i corridoi incontro la solita gente: Dorten, un uomo anziano e scorbutico che urla tutto il giorno qualcosa di cattivo contro il governo; Fiselme, una tenera bambina che dalla mattina alla sera non fa che correre avanti e indietro per tutto il palazzo; Ikaste, una giovane donna che vive assieme al marito Pekis, un ragazzo dell’est, come lo si può dedurre dal nome, e… insomma, le solite facce.
      -Elsword!- esclama Ikaste -Con questo tempaccio devi andare a lavorare?-
      -Il mio lavoro prevede anche questo,- rispondo sospirando -non posso farci niente.-
      -Andiamo, Elsword!- mi apostrofa Pekis -Puoi sempre dire che non ti sei sentito bene, non è mica la fine del mondo. A fare il giro della città sotto questo acquazzone rischi di beccarti una polmonite!-
      -Sai come si dice dalle mie parti: un lavoro onesto frutta denaro onesto!- rispondo sorridendo.
      -Sei senza speranza…- ribatte lui.

      Camminare per le strade sentendo sul proprio corpo scrosciate d’acqua tanto violente è una sensazione poco piacevole; ma diciamocelo, ho affrontato di peggio. La mia lunga carriera da assassino mi ha temprato: nel deserto ho dovuto affrontare piogge di frecce, altro che acqua. Non provo un briciolo di nostalgia: né della brama di uccidere, né della paura delle mie vittime, né dell’adrenalina di una battaglia… non riesco proprio a comprendere più simili stati d’animo. Usare la spada di Cornwell privo di brama assassina è davvero complicato…

      Il flusso dei miei pensieri viene spezzato non appena noto un enorme accumulo di rifiuti proprio davanti a me, sul marciapiede, che mi impedisce di continuare a camminare. Lo segnalerò a chi di dovere, e il prima possibile verrà rimosso tutto il cumulo. Faccio per passare oltre, ma improvvisamente, in mezzo a quei sacchetti, fra tutta quella spazzatura, vedo una ragazza. Se ne sta seduta lì dentro, tranquilla, al coperto dalla pioggia, con le ginocchia tenute strette al petto dalle braccia incrociate. Sollevo di poco il cappuccio del mio mantello per osservarla meglio: capelli viola, tenuti in due codini che le scendono fino al collo; indossa una maglietta a maniche corte logora, come i pantaloncini altrettanto corti; le calze sono lunghe, ma piene di strappi; ha solo una scarpa. Il suo sguardo è vuoto, privo di espressione: se non stesse tremando, si potrebbe pensare che sia morta. Con tutta probabilità è stata vittima di qualche violenza, cosa purtroppo non particolarmente rara da queste parti: ogni giorno decine di viandanti passano di qua, sia gente per bene che non.
      -Sai- esordisco -qui è vietato buttare persone.-
      -Va’ via. Lasciami sola.- risponde.
      -Purtroppo non posso farlo, faccio parte della guardia cittadina.- dico.
      -Non merito di essere aiutata, sono un fallimento.- la sua voce inizia a incrinarsi -Avrei dovuto capirlo fin da subito… avrei dovuto capirlo fin da subito… avrei dovuto capirlo fin da subito…- sta lacrimando.
      -Calmati- le dico porgendole la mano -e vieni fuori.-
      -Vuoi che ti soddisfi?- chiede alzando gli occhi con espressione speranzosa.
      Mi lascia nuovamente interdetto.
      -Prego?- non sono sicuro di aver capito bene.
      -Vengo a letto con te, e tu mi paghi, che ne dici?- mi fissa con quegli occhi pieni di speranza.
      -Veramente questo genere di…- tanto di risponderle.
      -L-Lo so, non sono molto bella… però credo di poter soddisfare i tuoi piaceri sessuali!-
      -Dovrei arrestarti per una proposta del genere, lo sai?-
      -Ti prego!- insiste -Non ho nulla, se tu mi venissi incontro guadagnerei qualcosa.- afferma con disperazione.
      Deve esserle accaduto qualcosa di particolarmente orribile per ridursi in questo stato.
      -Vieni fuori da lì- dico sospirando.
      -Ma quindi…?- chiede.
      -Dopo parleremo. –Taglio corto. -Ora esci fuori.- insisto. Allunga la sua mano tremolante e afferra la mia. Rapidamente mi tolgo il mantello e lo metto attorno alle sue spalle; la caserma della guardia cittadina è troppo distante, la porterò nel mio appartamento. Il capitano è un tipo comprensivo, non sarà un problema spiegargli perché non ho concluso la ronda, almeno spero.
      -Senti…- dico voltandomi, ma non termino la frase: la ragazza è caduta per terra, priva di sensi.

      Un piacevole tepore mi circonda: non ho idea da dove provenga, ma godo a fondo questo momento di piacere. Avverto una sensazione di morbidezza sotto di me: sono su un letto. Lentamente apro gli occhi: mi guardo attorno roteando le pupille, realizzando di trovarmi in una stanza piccola, ma accogliente. Le mura sono spoglie, completamente bianche, unica eccezione fatta per una croce e un attaccapanni che sorregge solo un panno zuppo d’acqua completamente stropicciato; di lato, un armadio aperto mostra, fra vari indumenti appesi, un’armatura rossa e bianca, con due spalliere metalliche e una spada, rossa e grigia. Probabilmente sto per trascorrere la notte con l’ennesimo individuo: la mia vita oramai è questo. Ho paura: non ricordo minimamente chi sia l’uomo, non so nulla di lui, posso solo immaginare che sia un militare… spero che non mi tratti troppo male; non dimenticherò facilmente tutti quegli uomini che mi hanno maltrattata, picchiata, perfino frustata… cerco di non pensarci.
      -Ben svegliata.- dice qualcuno -Dormito bene?-
      Mi metto in posizione eretta di scatto, e guardandolo mi ricordo di lui: era quel ragazzo della guardia cittadina che mi ha tirato fuori dal cumulo di immondizia. Non ricordo bene come sono andati i fatti, in ogni caso presumo che questo sia il suo appartamento. Ha l’aria di essere una brava persona… non che sia una certezza, però… In mano regge una tazza bianca, da cui fuoriesce fumo.
      -S-Sì,- rispondo -ho riposato benissimo…-
      -Bevi questo- mi dice a bruciapelo -ti farà bene.-
      Fisso il liquido scuro all’interno della tazza.
      -Ecco… cos’è?- chiedo timorosa.
      -Un po’ di tè. Su, bevi, ne hai bisogno: hai un aspetto cadaverico.-
      Fisso ancora per qualche istante la tazza, ma alla fine, seppur esitante, la prendo fra le mani e faccio un piccolo sorso.
      -È dolce.- Sussurro.
      -Ci ho aggiunto un po’ di miele.- Dice allontanandosi. –Spero non ti dispiaccia.-
      -No… affatto…-
      -Bevilo in fretta, ti ho preparato la vasca.-
      Sposto di nuovo lo sguardo su di lui: -La… vasca?-
      -Hai bisogno di un bel bagno, eri zuppa dalla testa ai piedi.-
      Resto in silenzio per un po’, incerta su cosa dire: continuo a fissarlo, mentre mi dà le spalle, intento a trafficare qualcosa su degli scaffali.
      -Cosa mi farai, dunque?- Gli chiedo infine.
      Si ferma e si volta verso di me, poggiandosi al mobile dietro di lui: -Dovrei multarti, e nel caso non fossi in grado di pagare dovrei farti rinchiudere in cella per una settimana.-
      -E se… ti pagassi in altro modo?- Gli propongo con voce suadente.
      -La multa si farebbe più salata.- Ribatte. –Non sono quel genere di uomo… non più, almeno.- Si volta di nuovo e torna a ciò che stava facendo prima.

      Mi avvicino alla porta del bagno: -Ehi ragazza!- La apostrofo. –Ancora non mi hai detto il tuo nome.-
      Dopo qualche istante di esitazione: -Aisha.- Risponde.
      -Dì un po’, Aisha…- Insisto. –Si può sapere cosa ci facevi in mezzo alla spazzatura?-
      Impiega un po’ a rispondermi: -Il mio ultimo cliente non è stato gentile come lo sei tu con me.-
      -Quindi sei davvero una prostituta?- Le chiedo passandomi una mano sul volto.
      - È una storia… complicata, diciamo.-
      -Sei giovane, Aisha: non sprecare la tua vita.-
      -La fai facile, tu, nella guardia cittadina con un lavoro…-
      -Alla tua età ero un assassino a pagamento.- Taglio corto. –In alcune città, giù nell’estremo sud, la gente scappava non appena mi incrociava per strada.- Silenzio. –La vita dell’assassino non è una vita facile: dietro ogni angolo può esserci qualcuno pronto ad accoltellarti, a spararti, a ucciderti. Quando sei un assassino impari a non avere né rispetto né pietà per nessuno.-
      -Allora perché mi hai aiutata?- Mi chiede a bruciapelo.
      -Te l’ho detto.- Rispondo prontamente. –Non sono più quel genere di uomo: sono cambiato. Se ti avessi lasciata lì, sotto la pioggia, non me lo sarei mai perdonato.-
      Restiamo in silenzio per un po’.
      -Ho imparato ad amare e ad aver fiducia nel prossimo.- Concludo. – Quando la vita ci acceca, l’amore ci far star bene.-
      Sento tutto d’un tratto la pentola borbottare: pare che la cena sia pronta.

      Mi porge una ciotola fumante, da cui proviene un odore molto piacevole.
      - È un semplice brodo di pollo, l’ideale con questo tempo freddo.- Mi dice, mettendosi a sedere.
      -Ha un buon odore…- Sussurro, esitante.
      -Ti garantisco che il sapore è ancora migliore.- Mi risponde sorridendo, dopodiché stringe le mani e, abbassando di poco la testa: -Benedici, o Signore, questo cibo che stiamo per ricevere e resta nel nostro cuore. Ti preghiamo nel nome di Gesù, amen.-
      Resto un attimo interdetta da quell’azione, nonostante lui inizi a mangiare come se nulla fosse successo.
      -Scusami…-
      -Elsword, chiamami Elsword.- Risponde pacatamente, girando il cucchiaio nella propria ciotola.
      -Quella di prima… voglio dire…- Non trovo le parole… trovo così strano avere a che fare con un credente, non ne ho mai incontrati finora.
      -Era una preghiera.- Si interrompe un istante per soffiare sulla zuppa bollente. –Non so se hai notato il crocifisso sul muro, ma sono cristiano.-
      -Perché?- La voce è più veloce del pensiero.
      -Perché ne avevo bisogno.- Risponde sospirando: un’espressione afflitta improvvisamente gli appare in volto. –Te l’ho detto, no? Non è stata una bella vita, la mia.-
      -Scusami, non volevo farti ricordare…-
      -Non preoccuparti, non è colpa tua.- Mi interrompe lui, dopodiché ricomincia a mangiare.

      -Elsword…- Mugugna Aisha. –Sei sveglio?-
      -Sì, son sveglio: dimmi tutto.- Le rispondo.
      -Vieni anche tu nel letto.-
      -Sto bene qui, tranquilla.-
      -E dai, Elsword, il letto è grande e spazioso, perché devi stare sul pavimento?-
      -Ho dormito per una vita inter…-
      -Dai, insisto, vieni anche tu!-
      -Ti ho detto che non devi preoccuparti per me.-
      -Ti prego… non voglio stare sola…-
      All’improvviso, Aisha sembra diventata una bambina capricciosa.
      -E va bene, come preferisci.- Scatto in piedi, avvicinandomi al letto: Aisha è in posizione eretta, indossa il mio maglione, che le sta evidentemente troppo largo, a mo di pigiama.
      -Ora però dormiamo.- Le sussurro infilandomi sotto le coperte. Improvvisamente, non appena ci stendiamo, mi abbraccia.
      -Grazie.- Dice sottovoce, appoggiando la sua testa sul mio petto.
      Lì per lì resto interdetto, senza sapere come reagire: dopo poco, però, la abbraccio anche io.

      Il messaggio è stato editato 1 volta, ultima volta da JapanLegend ()..

    • Ashes on the ground

      Premessa: continuo di I'll take you.


      Mostra spoiler
      L’ospedale è probabilmente il luogo più triste che esista: malati, feriti, cadaveri, infermieri e medici che corrono avanti e indietro…
      Cerco di sgomberare la mente, dirigendomi verso la stanza assegnata ad Aisha: a un passo dalla soglia, la porta si apre e vedo un medico uscire.
      -Come sta?- Gli chiedo a bruciapelo. Il medico mi fissa per qualche istante, squadrandomi dalla testa ai piedi, dopodiché mi domanda: -Siete un parente?-
      -Viviamo assieme.- Taglio corto. –Come sta?-
      -Ha bisogno di cure mediche, altrimenti non farà che peggiorare. Ah, oltre tutto le servirebbe una dieta specifica, è parecchio in sottopeso.-
      -Sottopeso?-
      -Sembra non mangi da giorni.- Ribatte con un tono chiaramente di rimprovero.
      -Io non… non sapevo che…-
      -Lo immagino, lo immagino.- Conclude allontanandosi, non senza lanciarmi un’occhiataccia.

      Aisha è in un lettino sulla destra. Sposta debolmente lo sguardo verso di me: mi sorride.
      -Elsword!- Esclama con una vocina timida e sottile. Scatto verso di lei: non so cosa fare né cosa dirle. Indossa solo una canottiera, molto leggera.
      -Non hai freddo?-
      -Le coperte sono calde, tranquillo.-
      -Forse sarebbe meglio se ti portassi qualcos’altro da…-
      -Non preoccuparti, non è necessario.-
      -Magari hai sete? Vuoi che ti…-
      -Sto bene così, Elsword, davvero.- Continua a rispondermi, sempre con quel suo sorriso tenero.
      Mi avvicino di più al suo letto, afferrandole la mano e stringendola fra le mie: mi rendo conto solo adesso di quanto le sue braccia siano magre.
      -Hai fame?-
      -Mi hanno portato prima da mangiare, non preoccuparti.-
      Vorrei fare qualcosa per lei, magari dirle qualcosa per confortarla, ma non saprei proprio cosa: è la prima volta che vivo una situazione del genere. Forse restando qui metto in imbarazzo anche lei…
      -Preferisci… magari restare sola?- Chiedo esitando.
      -No!- Esclama fissandomi. Sento la sua mano stringere debolmente la mia. –Non lasciarmi qui da sola… per favore.- Continua abbassando lo sguardo.
      -D’accordo.- Le sorrido. –Resterò qui.-

      -Scusami.- Gli dico, dopo molto tempo trascorso in silenzio.
      Elsword si volta verso di me, sorpreso: -Per cosa ti staresti scusando?-
      -Per tutto…- Deglutisco a fatica, un po’ imbarazzata da quella conversazione. –Per tutto quello che sei costretto a fare per me.-
      -Non c’è nulla che tu mi costringa a fare.-
      -Certo che sì!- Ribatto. –Insomma, trascorro giornate in casa tua senza fare niente, mentre tu sei costretto a dividere ogni cosa con me…-
      Per qualche istante non risponde, limitandosi a fissarmi. Dopo poco inizia dicendo: -C’era una volta un uomo che, viaggiando, incappò in una banda di briganti che lo derubò di tutto, lo picchiò e poi se ne andò, lasciandolo per terra mezzo morto.- Lo scruto con sguardo interrogativo senza però interromperlo. -Per caso, un sacerdote si trovò a passare per quella stessa strada ma, quando lo vide, passò oltre. Anche un altro uomo, giunto in quel luogo, lo vide e andò avanti. Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e non poté fare a meno di aiutarlo. Si avvicinò al disgraziato, gli curò le ferite e, dopo averlo caricato sul suo cavallo, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, prese dei soldi che aveva con sé e li diede al locandiere, dicendo: “Abbi cura di lui e, ciò che spenderai in più, te lo restituirò al mio ritorno”.- Dopodiché resta in silenzio per almeno una decina di minuti. -Io sono come il samaritano: aiuto il prossimo; diceva Gesù: “Ama il tuo prossimo come te stesso”.-
      Mi fissa a lungo, con uno sguardo deciso e rassicurante.
      -Quindi mi ami?- Gli chiedo.
      Il suo sguardo perde tutto ciò che avesse di deciso e rassicurante, e nel giro di qualche istante smette di fissarmi.
      -Perché certe domande così all’improvviso?- Mi chiede, bofonchiando.
      -Perché io credo di essere innamorata di te.- Sono sicura di essere rossissima in volto, ma riesco a parlare e a esprimere i miei pensieri con un’insolita naturalezza: forse perché Elsword è una persona speciale per me.
      -Ti devo la vita, Elsword.- Continuo. –Avresti potuto lasciarmi lì, per terra, su quel marciapiede, ma non l’hai fatto. Avresti potuto tranquillamente lasciarmi il tuo mantello e andartene, avresti potuto buttarmi fuori di casa appena risvegliata, avresti potuto rifiutare di dividere tutti i tuoi pasti con me… avresti potuto lasciarmi qui da sola. Ma non l’hai fatto: hai condiviso tutto ciò che fosse tuo con me. Hai preferito dormire per terra e lasciar dormire me nel tuo letto.- Ho il fiatone.
      La porta si apre: entra un infermiere.
      -Sta arrivando lo specialista per una visita.- Dice entrando nella stanzetta. –Lei potrebbe uscire e aspettare fuori? Durerà un po’.- Dice rivolgendosi a Elsword.
      -Certamente.- Risponde lui, ancora visibilmente imbarazzato. Fa per alzarsi: gli stringo la mano.
      -Ti amo.- Gli dico in un sussurro. Elsword si volta verso di me: prende la mia mano baciandola, arrossendo di nuovo.
      -Ti amo anche io.-

      Il messaggio è stato editato 1 volta, ultima volta da JapanLegend ()..

    • In the heat of the moment

      Premessa: vi presento Nadia e Susanna.


      Mostra spoiler
      È una bellissima giornata di sole. Ieri son stata tutta il giorno fuori, sarebbe meglio restarmene a casa, ma il cielo è troppo luminoso per restarmene a ciondolare sul letto. Afferro la mia gruccia e, lentamente, esco.
      Percorrerei mille e mille volte ancora questa strada. Non ha niente di speciale se presa così per come appare. Lunga, molto lunga, ogni cinquanta metri circa presenta un tornante: trattandosi di una strada che collega un punto molto in alto sul livello del mare direttamente con la spiaggia, non poteva essere altrimenti. In tutto i tornanti sono cinque. Vista da molto lontano, sembra un lungo e sinuoso serpente, grigio, immerso in una bellissima e rigogliosa vegetazione, piena di erba e fiori. Adoro camminare lentamente lungo il marciapiede, sotto il sole, da casa mia fino in spiaggia. I miei genitori all’inizio erano contrari a tutto ciò: una ragazzina di quindici anni che se va in giro, zoppicando con una gruccia, tutta sola, fino in spiaggia… Tuttavia il medico ha ripetuto loro più volte che uscire non mi avrebbe fatto che bene. La mia gamba non tornerà mai più come prima: non potrò più poggiare il mio piede sinistro a terra e usarlo per camminare. Ero una tipa sportiva: adoravo il calcio. Ora che ho la gamba ingessata non riuscirò più a giocare, ma di certo non potranno costringermi a restarmene a letto a poltrire. E così eccomi qui.
      In tanti mi hanno detto che sono una ragazza forte, una ragazza che non si lascia abbattere da nulla: in realtà non credo affatto di esserlo. Ho sofferto, ho pianto, ho urlato… ho trascorso momenti orribili e solo a ripensarci mi vengono i brividi. Però con me c’era Susy. Conosco Susy dalla prima media: ci ritrovammo in classe insieme, ma lei era stata bocciata due volte, quindi avevamo, e ovviamente abbiamo tuttora, la bellezza di due anni di differenza. Susy mi è sempre stata simpatica: nelle ore di educazione fisica eravamo più brave di tutti i maschi nel calcio. Io ero un ottimo portiere, nonostante la mia bassa statura, mentre Susy era un’ineguagliabile attaccante. Diventammo amiche subito: ci incontravamo praticamente ogni giorno… malgrado le resistenze dei miei genitori. Susy è quel genere di ragazza che potremmo definire maschiaccio: un po’ volgare nel parlare, pronta a fare a botte se qualcuno la provoca, fuma… forse dire “maschiaccio” non è esatto: è quel genere di persona che ha tutta l’aria di essere una tipa con cui è difficile relazionarsi, un’attaccabrighe. Tuttavia, come si suol dire, l’apparenza inganna: Susy sa essere dolce, gentile, aggraziata nel dire e nel fare, solo che odia mostrarsi così. Secondo lei non le si addice essere femminile. I miei genitori erano contrari all’amicizia che andavo coltivando con lei, ma questo non mi ha fermata: abbiamo continuato a frequentarci, a studiare e a giocare assieme, a vederci quanto più ci fosse possibile. Ora siamo in classe insieme anche al liceo, liceo classico: a me tutto sommato riesce bene studiare, Susy è un po’ più… “stupida”. Eppure ha scelto anche lei il liceo classico: continuava a ripetere di voler essere di nuovo in classe con me. Non che la cosa mi infastidisse, al contrario sono felicissima di essere ancora con lei, solo che Susy non è mai stata una ragazza studiosa, e nella nostra classe i professori sembrano essere tipi tosti: se la caverà?
      Sento il cellulare vibrare: lo tiro fuori dalla tasca e, neanche a farlo apposta, è proprio lei. Sento il cuore accelerare i battiti. Da un po’ di tempo parlare con Susy mi fa venire il batticuore: è come se diventassi più nervosa e imbarazzo quando sono con lei. Da quando ho avuto l’incidente alla gamba è diventata più dolce e premurosa nei miei confronti.
      -Pronto?-
      -Yo, Nadia! Che fai di bello?-
      -Niente in particolare, sto andando in spiaggia.-
      -In spiaggia?-
      -Mi andava di fare un giro e…-
      -Dieci minuti e ti raggiungo.-
      Silenzio.
      -…adesso?- Chiedo, visibilmente agitata.
      -Beh, non adesso adesso, sono ancora nuda, sai.- Risponde lei.
      -Non serve mica darmi certi dettagli, sai.- Ribatto imbarazzata.
      -Certo che è necessario!- Ride. –Mi metto qualcosa addosso e scendo, aspettami.-
      Fine telefonata.

      Susy è bellissima. Ha dei capelli lunghi, tinti di un blu scuro, raccolti in due codini che le scendono sul petto. Ha dei grandi occhi di un color castano scuro. Non so quanto sia alta: è di poco più alta di me, quindi direi un metro e settanta, giù di lì. Seno nella media e un corpo chiaramente snello e in forma. Indossa sempre un berretto nero o bianco della Nike e dei guanti a mezza dita bianchi, grigi o neri, oltre ad un immancabile zainetto dietro le spalle. Oggi ha scelto il berretto nero e i guanti grigi. La maglietta senza maniche le sta troppo lunga e lunghi pantaloni della tuta troppo larghi. Scarpe da ginnastica, ovviamente. Ha il patentino da sempre, potrebbe girare tranquillamente con la vespa dello zio, ma continua ostinatamente a preferire la sua vecchia bicicletta.
      -Quando hai intenzione di iniziare una dieta come si deve?- Mi apostrofa, mentre camminiamo lungo la spiaggia.
      Dopo l’incidente ho perso troppi kili, a tal punto che il medico aveva iniziato a parlare di anoressia. Pare sia stato lo shock a farmi questo effetto.
      Susy fruga nel suo zaino: tira fuori una ciambella ricoperta al cioccolato.
      -L’ho presa venendo qui.- Continua. –Quelle al cioccolato sono le tue preferite, no?-
      -Non era necessario che…-
      -Certo che lo era!- Mi accarezza la guancia. –Per te questo ed altro.- Ci fissiamo negli occhi per diversi secondi, ma finisco col distogliere lo sguardo, imbarazzata.
      -Dai!- Ribatto ridendo. –Se facciamo così sembreremo due innamorati!-
      -E che male ci sarebbe?- Sogghigna, stendendosi sulla sabbia. Mi siedo accanto a lei, mangiando la ciambella.
      -Non so, forse il fatto che siamo due ragazze…- Rispondo, comunque non convinta.
      -Ora come ora le coppie homo sembrano quasi andare di moda.- Risponde, tornando a fissarmi. –Il fatto che siamo entrambe ragazze sarebbe veramente l’ultimo dei problemi, non credi?-
      -Forse hai ragione.- Concludo dando un altro morso alla ciambella.
      Silenzio.
      -Nadia, a proposito…-
      -Dimmi.- Mi volto di nuovo verso di lei.
      -Sei mai stata innamorata?-
      -No… o almeno non credo.-
      -Proprio mai?-
      -Se mi fossi innamorata, probabilmente saresti stata la prima persona a cui lo avrei detto.-
      -Non lo trovi strano?-
      -Strano?-
      -Noi due non abbiamo mai parlato di ragazzi.-
      Mando giù l’ultimo pezzo di ciambella per poi stendermi accanto a Susy.
      -Secondo me non è una grande preoccupazione.- Riprendo. –Insomma, non ci siamo mai innamorate di qualcuno e quindi non abbiamo mai parlato di ragazzi, credo sia tutto qui.-
      -Nadia.-
      -Cosa?-
      -Io sono innamorata, in questo momento.-
      Mi volto di scatto verso di lei, sorpresa.
      -Sul serio?-
      -Sul serio.-
      -E di chi?-
      -Di te.-
      Silenzio.
      Sento la testa farsi pesante.
      -Sei carina quando arrossisci.- Dice Susy sogghignando.
      Mi volto indispettita dall’altra parte. –Non era uno scherzo divertente.-
      Susy mi afferra per la spalla, facendomi girare nuovamente verso di lei: i nostri visi sono vicinissimi ora.
      -Non era uno scherzo.- Dice con espressione assolutamente seria.
      Silenzio.
      Cosa dovrei fare? Cosa dovrei dire? Okay, calmati, calmati, calmati…
      -Nadia?-
      -C-Cosa?- Domando allarmata.
      -Posso baciarti?-
      -Eh?!-
      -Sono quattro anni che voglio farlo.- Continua con una calma quasi innaturale. –Anche se non sai cosa rispondermi, anche se non sai ancora stabilire quali siano i tuoi sentimenti, potrei baciarti comunque?-
      La testa potrebbe scoppiarmi da un momento all’altro.
      -Non so baciare!- Esclamo in preda al panico: non mi viene nient’altro di più intelligente da dire. –Non ho mai baciato nessuno!-
      -Nemmeno io, che problema c’è?- Risponde lei prontamente. Se non avesse quell’espressione così seria in volto, giurerei che mi stia prendendo in giro. –Allora posso?- Insiste.
      Come faccio a sapere se mi stia veramente bene o meno? E se lo immaginassi come un favore? Un po’ come quando ti chiedono in prestito una matita, o come quelle volte in cui il tuo amico ti chiede di sostituirlo nella partita di calcetto la domenica pomeriggio. No, qui stiamo parlando di un bacio: mica è la stessa cosa. Baciarsi sulle labbra è un segno d’amore, lo si fa fra due innamorati… o forse no? Dove sta scritto che lo si possa fare solo fra innamorati? Asuka e Shinji in una scena di Evangelion si baciano senza un vero motivo: era così, tanto per provare, come fosse un gioco. Cosa ci sarebbe di male nel baciarsi così, tanto per? È un’esperienza come tante altre: il primo bagno a mare, la prima volta in bicicletta, il primo giorno di scuola, la prima partita a calcio… il primo bacio. Dovrei pensarci di più sopra? O forse dovrei buttarmi senza pensarci troppo? Potrei rimpiangere di non averla baciata… ma potrei anche rimpiangere di averlo fatto. Ora, guardando Susy, non riesco a non pensare a quanto sia bella e sensuale: forse sono anche io innamorata di lei. Sento il cuore battere forte, sto sudando, sto tremando… a ben pensarci, questi sembrano più sintomi da paura. Sì, in questo momento ho paura, paura di non sapere cosa fare, di compiere la scelta sbagliata.
      Improvvisamente, afferrandomi per il volto, senza alcun preavviso, Susy mi bacia. Non è il bacio “rapido e indolore” che avevo immaginato: dopo qualche breve istante, sento la sua lingua toccare la mia, prima timidamente, poi con maggiore foga. Trascorrono alcuni secondi: Susy mi afferra con una mano il fianco sinistro, con l’altra mi palpa il seno. Susy era ormai completamente china su di me. Non tento di fermarla, non voglio che si fermi. Stringo le mie braccia attorno al suo collo.

      Si alza: -Dovresti vederti in questo momento.- Dice sorridendo, rossa in volto. Io non ribatto, sono rimasta senza fiato: è come se avessi perso tutte le energie che avessi in corpo.
      Silenzio.
      Susy si sposta, stendendosi di nuovo alla mia destra.
      -Allora, com’è stato il tuo primo bacio?- Mi chiede.
      -Era qualcosa di più di un bacio…- Rispondo, ancora col fiatone.
      -Ho esagerato, vero? Scusami, mi sono lasciata trasportare.-
      Le stringo la mano.
      -Mi hai colto di sorpresa, ma sapevo fossi un po’ pervertita.- Ridacchio.
      Si volta verso di me.
      -Nadia.-
      Mi volto verso di lei.
      -Dimmi.-
      -Ti amo.-
      Anche questo mi ha colta di sorpresa.

      Il messaggio è stato editato 1 volta, ultima volta da JapanLegend ()..

    • Stop crying your heart out

      Il primo amore non si scorda mai


      Click
      La luce ha ormai invaso la mia stanza: il sole va lentamente alzandosi in cielo. Come ogni mattina, fingo di non essere sveglia: attendo ad occhi chiusi. Sento la porta aprirsi lentamente e lentamente richiudersi, dopodiché odo i suoi passi farsi sempre più vicini: è arrivato, come ogni mattina. Poggia il vassoio sul tavolo e, accarezzandomi delicatamente la guancia, chiama il mio nome, tentando di svegliarmi. In realtà già sveglia, fingo di aprire gli occhi per la prima volta: come ogni mattina, riesco a vederlo accennare un piccolo ma dolce sorriso. Sistema i cuscini dietro di me, così da potermi mettere a sedere rimanendo sotto le coperte e, subito dopo, mi porge il vassoio: una tazza di caffelatte e qualche biscotto. Inizia a parlare del più e del meno, ridendo e scherzando: io lo ascolto in silenzio, bevendo il caffelatte e mangiando i biscotti, come ogni mattina. Il tempo trascorre velocemente: -Suvvia, pigrona, alzati o faremo tardi.- Si mette in piedi e fa per andarsene, ma di scatto gli afferro la mano: –Ancora cinque minuti, dai…-
      -Se qualcuno ci vedesse- Risponde lui –ci scambierebbero per due fidanzatini.- Ride. Come ogni mattina.
      Naturalmente: vedere un ragazzo così dolce e premuroso nei confronti di una ragazza farebbe pensare ad una relazione amorosa. Chi ci conosce sa che un simile scenario è impossibile: Elsword è mio fratello.

      Eppure, io sono innamorata di lui.

      Quando mi guardo allo specchio, mi rendo conto di essere bella: al liceo godo di una certa popolarità e più di un ragazzo mi ha fatto e mi fa tuttora la corte. Quell’unico ragazzo da cui vorrei essere corteggiata, tuttavia, non può farlo. Quell’unico ragazzo che vorrei fosse ammaliato dalla mia bellezza non fa che vedermi come sua sorella. A cosa mi serve essere bella se non lui non mi guarda? A che pro affannarsi, comprare bei vestiti, che siano eleganti o sexy, alla moda o provocanti se so che non sarò mai riamata? Continuo a fissare il mio corpo allo specchio, fin quando sento qualcosa solleticarmi le guance: sto piangendo, come ogni mattina.
      Elsword bussa alla porta del bagno. –Io mi avvio, Aisha mi starà aspettando.- E, dopo avermi salutata, sento il portone lentamente aprirsi e richiudersi lentamente. Ogni mattina arriva questo momento: vorrei spalancare la porta, rincorrerlo, abbracciarlo forte, dirgli che lo amo, che vorrei restare al suo fianco per sempre. Ma ogni mattina desisto: mi vesto, esco dal bagno e, a passi tardi e lenti, mi avvio verso scuola.

      L’abitudine di camminare assieme verso scuola ha avuto fine più o meno un mese fa: Elsword ha cominciato a frequentare una ragazza. Anziché percorrere il tragitto più breve in mia compagnia preferisce fare una deviazione di dieci minuti per andare a scuola insieme a lei.
      La odio. A volte sogno di afferrarla per il collo e strangolarla, a volte di picchiarla, a volte di accoltellarla, di farla soffrire e infine di ucciderla. È una nemica che spazza via anni ed anni di un rapporto che ho faticosamente costruito per tenere mio fratello quanto più possibile vicino a me. È una rivale con la quale non posso competere: questa consapevolezza è ciò che più mi angoscia, essere soltanto la sorella di colui che amo mi rende automaticamente una sconfitta, e più ne prendo coscienza, più la ferita sanguina, provocando un dolore lancinante. È una ferita che non lascia cicatrici sulla pelle, è una ferita che nessuno vede, perché nessuno sa cosa sto patendo, non ho alcun confidente che sopporta i miei sfoghi, qualcuno che mi stringa forte e mi dica che in realtà è tutto a posto e che tutto si sistemerà. È un peso che non posso condividere con qualcuno: nessuno approverebbe, nessuno sarebbe solidale con me, nessuno potrebbe consolarmi. È un sentimento proibito e inconciliabile con la realtà: non esistono romantiche storie a lieto fine tra fratelli, la parola “incesto” è un orrendo tabù.

      È colpa mia? Ho forse scelto io di provare amore verso mio fratello minore? Perché l’amore non è una cosa razionale? Perché devo sottostare a qualcosa che dentro di me prova un incontrollabile attaccamento per il mio innocente fratello? Perché la mia mente comprende che tutto questo sia qualcosa di irrimediabilmente sbagliato ed orrendo, mentre il mio cuore si ostina nella sua scelta? Perché non posso innamorarmi di uno dei miei tanti pretendenti? Non sarebbe forse tutto più facile se quelle brevi e voluttuose relazioni divenissero sincere e durature?

      Arriverà il giorno in cui questo straziante dolore travolgerà ogni parte di me: non ci sarà piacere terreno che tenga, nessun deterrente potrà più frenarmi e terminerò questa mia oscena, orripilante e blasfema vita nella dannazione tra le fiamme dell’inferno, lontano dal posto che spetta al mio dolce, puro e innocente fratello.